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Dal camerino al guardaroba, come cambiano i vestiti

Credo che questa sensazione sia familiare a molti: vedi un capo appeso alla rella in un negozio, lo prendi in mano, lo avvicini, lo allontani. Lo accosti a te e pensi: “Lo provo!”.
In camerino non sembra male. Magari si aggiunge il commento della commessa e alla fine lo acquisti, con quella dose di sicurezza che ti fa sentire bene. Poi arriva il giorno in cui lo indossi davvero per uscire, ma qualcosa non convince. L’effetto non è quello che ti aspettavi. Anzi, ti senti quasi a disagio e si attivano micro-giudizi che ti infastidiscono.
Perché succede? Cosa cambia tra lo specchio del negozio e la realtà della quotidianità?
Quello che si allarga tra il camerino e il guardaroba per me è uno degli spazi psicologici più interessanti che i vestiti ci offrono. E se impariamo a leggerlo, diventa anche uno dei più utili.

Il gap tra la prova generale e la realtà

Per me tanto ha a che fare con quella frase che pronunciamo in negozio: “Posso provarlo?”. Di questo si tratta: fare le prove generali. La prova è uno spazio di possibilità, un momento in cui facciamo ancora “per finta” e immaginiamo come sarà. Quando il capo viene acquistato, però, entriamo nel campo del fatto compiuto. Il gioco finisce, la situazione diventa definitiva e il nostro cervello si fa improvvisamente più esigente, severo e critico.
Consideriamo quindi che nel camerino siamo in modalità desiderante, siamo in quello stato che la psicologia chiama di attivazione dei sé possibili, ci vestiamo mentalmente con versioni di noi stesse che ancora non esistono, ma che magari vorremmo.
Quando indossiamo lo stesso capo nella quotidianità, quello stato mentale si è dissolto. Siamo il sé reale. Quel sé che ha una storia, un corpo con le sue abitudini, e quello sguardo critico allenato da anni.

Il rischio di comprare un’identità che non ci appartiene

Un altro fenomeno che per me è legato a questo distacco è che spesso compriamo un capo non per ciò che è, ma per quello che rappresenta. A me, per esempio, piace molto lo stile della camicia semplice a punte abbinata a una gonna lunga e vaporosa. Guardo spesso le camicie ma immancabilmente quando le compro non le metto perché non mi ci vedo. A piacermi non è il capo ma l’immaginario che porta con sé quando lo vedo sulle riviste: mi illudo che indossando quella camicia comprerò anche tutta l’allure di chi la indossa.

Il tranello della confusione di stile

Altro elemento credo sia la trappola della confusione stilistica. Se penso a me, in genere il mio stile ha alcune costanti: volumi ampi sotto, vestibilità strette sopra, accenti di colore e linee semplici con qualche elemento di rottura. Eppure, a volte rimango attratta da stili completamente diversi. Mi piacciono sugli altri, ma non su di me. Il problema non è quasi mai il capo in sé, ma la relazione che ha con la nostra persona.

Abbiamo affidato al capo un mandato impossibile 

Può capitare poi che si cerchi una soluzione a un momento difficile, a un’insicurezza, al desiderio di sembrare diverse. Il capo sembrava promettere quella soluzione ma indossandolo nella giornata reale, il problema è ancora lì e il capo, invece di aiutare, diventa fonte di frustrazione.

Come uscire da questa impasse?

Ogni capo che resta nell’armadio racconta qualcosa: a quale immagine di sé aspiravamo quando l’abbiamo comprato, quale fantasia ci avevamo proiettato sopra, quale stile ci catturava.
Vale la pena considerarlo come fonte di informazione e considerare che costruire un guardaroba che dia soddisfazione richiede tempo, consapevolezza, prove ed errori. Non succede dall’oggi al domani. Per creare abbinamenti che funzionano dobbiamo accettare di passare attraverso versioni diverse di noi stessi, versioni che hanno fatto scelte, tentativi e sbagli e che proprio attraverso quegli errori hanno imparato a conoscersi e capire cosa fa per sé.

Di questo tema ne ho parlato anche qui:

Bello ma non lo indossi
Archivio Nella categoria Conversazioni allo specchio, l’articolo Riflessioni allo specchio