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Qui trovi la sintesi ragionata del blog del vecchio sito per il periodo 2019-2024, rivista e organizzata per aree tematiche anziché in ordine cronologico. Mettiti comoda, scegli l'argomento che più ti incuriosisce ed esplora il mondo dei vestiti e della loro psicologia. Buona lettura!
I vestiti hanno un effetto a livello cognitivo e quindi un potere se gli attribuiamo dei significati; in questo modo l'abbigliamento ci fa entrare in uno stato d'animo.
Sono diverse le modalità attraverso le quali attribuiamo significati.
Il modo più semplice e immediato è attraverso l'associazione ad esperienze: ad esempio ho indossato un abito a un colloquio ed è andato bene, idem indossandolo ad altri incontri importanti; è probabile che lo assocerò al concetto di riuscita e successo e tenderò a utilizzarlo come portafortuna, amuleto, talismano per replicare l'esperienza positiva.
Altro modo è attraverso l'associazione di una sensazione: ad esempio quando indosso i tacchi mi sento più alta e questo mi fa sentire più forte, oppure abiti più aderenti mi fanno sentire più femminile. Qui è un aspetto sensoriale a definire un'attribuzione di significato; tenderò a usare quel capo o accessorio nelle situazioni in cui voglio o ho bisogno di…
Altro modo ancora è attraverso l'associazione di un pensiero: associo a un capo di abbigliamento un'idea, che sia lussuoso oppure grintoso. Qui l'opinione sulle sue caratteristiche mi consentirà di usarlo per quello scopo.
Per concludere cito l'associazione di opinioni di altri: vale a dire qualcuno mi ha detto che con quel capo appaio raggiante, oppure professionale, e pian piano diventa anche una mia attribuzione; lo indosso sulla fiducia e magari si innesca un circolo virtuoso.
Ho citato tutti esempi "positivi" perché stiamo parlando di poteri dell'abito, ma vale la pena sottolineare che le attribuzioni di significato le facciamo anche in negativo; anzi, purtroppo credo siano più numerose. Capita quindi che certi capi o accessori li colleghiamo a esperienze che giudichiamo brutte, oppure che ci fanno sentire a disagio, oppure pensiamo che siano troppo o troppo poco, o qualcuno ci ha detto che ci fanno un cattivo effetto. Di solito questi capi evitiamo di indossarli, non comprandoli o, se li abbiamo, lasciandoli nell'armadio.
Naturalmente ogni capo può contenere tutte le casistiche associative citate, quindi vi si collega un'esperienza, una sensazione, un pensiero e un feedback; di solito è però più facile rintracciare un aspetto dominante.
C'è poi una parte di potere dell'abito che agisce a nostra insaputa, e quindi al di là dell'attribuzione di significato — o meglio dell'attribuzione consapevole — : colori, forme, temperatura, consistenza e così via generano effetti fisiologici e simbolici che come specie umana gli attribuiamo, o come direbbe Jung per effetto dell'inconscio collettivo, dei suoi simboli e dei suoi archetipi.
Ad esempio il potere dei colori conta su variazioni fisiologiche che avvengono a prescindere dalla conoscenza dei loro effetti e dal gusto personale: il rosso accelera il battito cardiaco e rende più attenti, il blu lo abbassa e rende più calmi. Il fatto poi di amare o meno un colore piuttosto che un altro modulerà l'intensità dell'effetto, amplificandolo o riducendolo.
Il punto interessante è che più si diventa consapevoli delle diverse attribuzioni, più si sfrutta il potere dell'abito. Ci muoviamo in contesti complessi con numerose variabili; considero l'abbigliamento una variabile che, aggiunta consapevolmente, riduce questa complessità: un riduttore di complessità. Ad esempio, se mi presento a un colloquio di lavoro e voglio generare un'impressione professionale e autentica, conoscere cosa di me e delle mie scelte vestimentarie mi fa apparire e sentire autentica e professionale ridurrà la complessità della prima impressione e mi permetterà di concentrarmi sulla relazione.
Poi certo, lo abbiamo detto più volte: la variabile "soggettività" del nostro interlocutore farà il resto.
Flugel nel suo libro dedicato alla psicologia dell'abbigliamento riporta un interessante parallelismo tra evoluzione della specie ed evoluzione dell'abbigliamento.
Il nostro guardaroba comprende diverse tipologie di indumenti — bluse, calze, pantaloni, giacche, gonne — che possono essere paragonate alle diverse specie viventi. George Darwin, figlio di Charles, ha tracciato un confronto tra l'evoluzione delle forme di vita e l'evoluzione degli abiti.
La biologia ci insegna che una specie può svilupparsi per gradi, a volte perdendo le caratteristiche che non hanno più utilità, altre volte mantenendole in forma ridotta.
Lo stesso possiamo osservare nell'abbigliamento: ad esempio, in alcune giacche a coda da uomo sulla schiena sono apposti due bottoni, oggi ornamentali, un tempo utilizzati per tenere sollevate le code in modo che non intralciassero il cavalcare.
Così come i risvolti delle maniche e dei pantaloni sono oggi decorativi, ma un tempo le maniche dei soprabiti venivano risvoltate per mettere in mostra i dettagli ricercati del capo sottostante. I risvolti dei pantaloni trovavano ragione di esistere per proteggerne il fondo durante il cammino su strade fangose: si trattava di una manovra temporanea, e i pantaloni venivano abbassati non appena si entrava in casa.
A determinare le sorti dell'evoluzionismo degli abiti vi è la moda. In alcuni periodi ne accelererà il ritmo — un esempio fu la Rivoluzione Francese, con la comparsa della borghesia, periodo in cui intere "specie" di indumenti scomparvero. In altri periodi il ritmo del cambiamento sarà più lento, in assenza di ragioni storiche o culturali alla base.
Ai giorni nostri il fast fashion e, allo stesso modo, la sostenibilità stanno portando a una semplificazione nella manifattura degli abiti, che via via stanno perdendo dettagli il cui costo di lavorazione è troppo elevato. Così, capo dopo capo, assistiamo a piccole estinzioni e, si spera, a nuove apparizioni.
Ugo Volli in "Semiotica della moda, semiotica dell'abbigliamento?" scrive: "la moda non si identifica con l'abbigliamento... la moda è la modificazione del gusto... l'effetto comunicativo riguarda l'abbigliamento, il sistema di oggetti che avvolge e accompagna il corpo, e non la moda... lo si può vedere in maniera chiara e semplice notando come la significazione di un capo è tanto più chiara e precisa quanto meno è oggetto di fenomeni di moda".
Da questa premessa segue l'opinione che abbigliarsi sia una costante antropologica che risponde a un bisogno universale dell'essere umano. La moda non è universale; non è un fenomeno presente in ogni luogo e in ogni tempo: è piuttosto il risultato di condizioni socioeconomiche e culturali, circoscritta dapprima ad alcune categorie di persone e contesti, poi estesa diventando appunto moda.
Ed è proprio sull'universalità dell'abbigliamento che trova il gancio il mio fascino per questo tema: il fatto che tutti ci vestiamo, che il vestito possa esprimerci o nasconderci, che qualcuno lo viva con indifferenza, qualcuno con entusiasmo e qualcuno con insofferenza.
Quanto ai linguaggi dell'abbigliamento e della moda, il fattore mutevolezza crea differenze sostanziali: molto codificato il primo, molto poco il secondo. Nell'abbigliamento i segni sono più forti perché, all'interno di un contesto di riferimento, durano più a lungo e il loro significato è maggiormente diffuso a livello collettivo.
Per fare un esempio: se in Italia chiedo cosa sia più formale tra una giacca e una polo, otterrò probabilmente la medesima risposta: la giacca. Nella moda invece i segni sono ipocodificati, non hanno un significato fisso e stabile ma allusivo e svincolato da norme stabili.
Per questi motivi — costanza antropologica e linguaggio con segni più duraturi — sento più affine l'abbigliamento e la sua psicologia, che per me riguarda il rapporto tra soggetto e abito, tra identità e scelte vestimentarie.
Gli strumenti di cui mi sono dotata per lavorare in questa cornice sono: il Lessico dell'Abbigliamento, un glossario che contiene la descrizione di capi e accessori nei significati che si sono susseguiti nel tempo, selezionando i più duraturi; e le Stagioni Interne, quattro stili comportamentali vestiti di forme e colori che li rappresentano, il cui output sono quattro guardaroba da usare per esplorare il proprio stile.
Per concludere, qual è il posto della psicologia della moda in questo scenario? È il contenitore che va oltre la relazione individuo/abito/espressione di sé, comprendendo relazioni tra gruppi, culture e tendenze. L'abbigliamento, rispetto alla moda, è quindi per me un ambito più approcciabile e personale, per sperimentare quotidianamente azioni di gioco e definizione di sé attraverso la propria immagine.
La storia dell'abbigliamento coincide con la nostra storia di esseri umani: l'esigenza di modificare il nostro aspetto è una costante antropologica.
Più che proteggersi dagli agenti fisici atmosferici, l'uomo dalla notte dei tempi ha sentito l'esigenza di proteggersi da agenti magici; a questo si deve l'uso di pelli e amuleti tratti dai trofei conquistati, così come l'abitudine di dipingere il corpo o di applicare ornamenti di vario genere. La credenza era che in questo modo la forza passasse al proprietario attraverso un processo di identificazione.
Inoltre, più che nascondere e coprire, gli abiti nelle popolazioni primitive sembrano aver avuto la funzione di attirare l'attenzione, come affermano diversi studiosi.
Ed è così che quello che si è realizzato nel corso della storia si ripete nella vita dell'individuo: l'uomo delle caverne indossa le pelli dell'animale conquistato; il bambino si mette il vestito del padre, o la bambina quello della madre; il teenager indossa abiti simili alla sua rock star preferita; l'uomo in carriera sfoggia accessori e vestiti che rappresentano status symbol.
Insomma, l'abbigliamento consente di appropriarsi di qualità desiderabili di altri, e lo fa attraverso forme, colori e simboli, facendosi strumento per comunicare informazioni, strumento di inclusione e di esclusione, strumento per creare identità e identificazione.
In questo contesto la psicologia può essere di grande utilità per svelare significati, cogliere collegamenti, accrescere la consapevolezza sulle dinamiche in gioco, permettendoci di aumentare il nostro benessere e la nostra efficacia.
Mi piace parlare a questo proposito di Psicologia dell'Abbigliamento, che secondo me permette di passare dall'azione del "mettersi addosso" all'azione del "vestirsi". Ho messo a fuoco questa distinzione grazie alla lettura dell'editoriale del direttore di Vogue in un articolo di Franca Sozzani intitolato proprio "Indossare o vestirsi?".
La distinzione della Sozzani era maggiormente incentrata sul giusto equilibrio fra il bello e l'eccessivo, e puntava in particolare sulla personalizzazione e sull'originalità, intimando a portare la moda facendo degli abiti una forma di comunicazione ed espressione della propria estetica.
La distinzione declinata in chiave psicologica passa dalla consapevolezza delle proprie risorse (in fatto di immagine e identità) e dalla messa a fuoco dei propri obiettivi e progetti, affinché l'abbigliamento diventi parte integrante di un lavoro sul dentro e fuori per supportare la propria crescita e sostenere il processo di cambiamento che si desidera realizzare.
In questo quadro vestirsi diventa un comportamento attivo, consapevole, libero, divertente e arricchente; mentre mettere addosso risulta un comportamento passivo, determinato da disinformazione su di sé, disinteresse, insicurezze, paure, rinunce e rassegnazione.
Faccio una precisazione: parlo di "mettersi addosso" nei termini descritti sopra quando questo determina un disagio per la persona che vorrebbe altro — quando cioè l'abbigliamento è l'effetto del nascondersi, del "vorrei ma non posso o non so come fare", della necessità di proteggersi, di mettere delle distanze. Differente è il caso in cui una persona non ha alcun interesse per l'abbigliamento e la cosa non è per lei affatto un problema.
Concludo con un'ultima precisazione: parlo di Psicologia dell'Abbigliamento e non di Psicologia della Moda perché ritengo l'abbigliamento una costante antropologica che ci definisce e ci appartiene indipendentemente dalla moda, e che a livello di lessico e semantica sento più vicina. Per questo la Psicologia dell'Abbigliamento è la cornice teorica di riferimento del metodo Dai Forma e Colore al tuo Stile®.
In queste settimane in cui il negozio è stato chiuso mi sono dedicata a tempo pieno, come non facevo da un po', al lavoro di consulente risorse umane. Quando vesto i panni della consulente mi occupo di selezione, formazione e valutazione del personale; in questo periodo ho tenuto interviste di ruolo e assessment, il che mi ha dato modo di riflettere molto sul tema abbigliamento e lavoro da casa.
Sono consapevole che la pandemia ha effetti ben più gravi da analizzare rispetto alle ricadute sull'abbigliamento; tuttavia ritengo che il risultato complessivo del nostro benessere abbia tanto a che fare con le singole azioni che quotidianamente riteniamo trascurabili — come scegliere cosa indossare — e che invece, sommate, hanno un peso importante.
Nelle mie riflessioni parto sempre dalle mie sensazioni e dalla mia esperienza: sono state settimane in cui sono uscita molto poco e ho passato tanto tempo al computer. Era già successo durante il primo lockdown, ma la situazione era molto diversa: in quel frangente lo scenario era nuovo per tutti e c'era maggiore omogeneità. A distanza di un anno ho riscontrato invece situazioni molto differenti.
Mi sono allora chiesta come fosse cambiato il rapporto con la nostra immagine e con il nostro abbigliamento, quale impatto avesse tutto questo sul nostro modo di lavorare e quale sul settore in particolare.
Avendo avuto il negozio aperto da maggio dello scorso anno — tolta una parentesi a novembre per il secondo lockdown — ho sempre avuto una routine in cui mi preparavo per uscire e per avere la possibilità di incontrare e interagire dal vivo con la clientela. Il fatto di interrompere questa routine, avendo collegamenti via web, ha ridimensionato l'importanza della scelta di cosa indossare — o meglio la scelta circa la varietà e la diversificazione.
Era come se, una volta individuati alcuni elementi "adatti", non servisse altro. La faccenda si è poi complicata perché mi trovavo a interagire con persone in contesti molto diversi: colleghi a casa, colleghi in ufficio in rotazione, situazioni più formali con più interlocutori, o collegamenti con la webcam disattivata.
Nella maggior parte dei casi non sapevo dove avrei incontrato il mio cliente — se si sarebbe collegato da casa o dall'ufficio — e questo mi ha messa in una posizione interessante: gli abiti che avevo selezionato potevano non essere del tutto adeguati, perché io ero in casa (e casa per il mio cervello significa casual) ma il mio interlocutore poteva non esserlo.
Ho così iniziato a vedere lo spazio in cui lavoravo non più come casa ma come ufficio, e questo ha generato un atteggiamento diverso anche verso l'abbigliamento: l'effetto è stato bypassare la capsule che avevo creato e tornare a selezionare dall'intero guardaroba. Ho notato che questo, a sua volta, mi ha invogliata a uscire di più.
I confini sono importanti per creare i ruoli, e i ruoli sono importanti per diversificare. Per me, individuare uno spazio della casa come ufficio mi ha permesso di vedere meglio il ruolo, e l'abbigliamento ne è stata una conseguenza: si è arricchito in quantità e qualità.
Il troppo stroppia, ma il poco restringe. La capsule era molto pratica ai fini della scelta e della gestione, ma aveva generato in me un senso di pigrizia mentale che stava diventando anche fisica. La conclusione che ho tratto è che restringere il guardaroba (pochi capi, simili tra loro quanto a comfort) può restringere il campo di azioni ed esperienze: sto più a casa e faccio più cose di casa, con il rischio alla lunga di provare frustrazione.
La cura di sé ha bisogno dello sguardo dell'altro. Quando mi preparo per andare in negozio — dove gli incontri sono dal vivo — la cura che metto nel prepararmi è diversa, più precisa e attenta. Quando invece si tratta di un incontro di routine o lo sguardo dell'altro non c'è, la mia cura diminuisce. Questo mi fa pensare che ci sono sguardi e sguardi nel generare i nostri comportamenti, e che forse il nostro sguardo non è sempre sufficiente a motivarci alla cura. Mettendoci in mostra ci vediamo, nel senso che "compariamo" anche a noi stessi.
Le nostre abitudini generano i nostri standard e questi condizionano il nostro comportamento: se mi abituo ad indossare la tuta a casa — e sto a casa tanto tempo — questo diventerà il mio standard per l'abbigliamento anche oltre le mura domestiche.
Ho fatto un piccolissimo sondaggio chiedendo a una ventina di amici e colleghi (17 donne e 3 uomini): "Quando esci, dopo un periodo prolungato a casa, ti vesti con più cura o con meno cura del solito?" Il 35% ha dichiarato con più cura, il 65% con meno cura.
Ho poi cercato ricerche sull'argomento e ho trovato un interessante studio commissionato da TOG con 2.000 impiegati nel Regno Unito, analizzato dalla dottoressa Carolyn Mair. La ricerca ha rilevato che il comfort è stato considerato la massima priorità per l'abbigliamento da lavoro (il 42% ha indossato pantaloni della tuta durante il lavoro da casa), ma gli intervistati hanno dichiarato che non l'avrebbero adottato in ufficio dopo la pandemia, propendendo per un approccio smart casual allineato al proprio stile personale.
Dalla ricerca emerge uno scenario in cui casa e lavoro continueranno ad avere codici distinti in termini di dress code, che saranno però più vicini di quanto non siano stati. Il driver nelle nostre scelte stilistiche sembra essere il contesto: a casa la tuta, al lavoro la giacca.
E se spostassimo il driver dal contesto all'attività? Vale a dire: anziché considerare dove sono, considero cosa faccio. Se sono a casa e sto lavorando, posso aiutare il mio cervello a lavorare meglio vestendomi di conseguenza, per poi tornare alla comodità quando termino di lavorare. E se poi sposto ancora il punto di vista dall'attività al "chi sono io in questo momento", ecco che si crea un'opportunità interessante: un cambiamento più ampio che integra le diverse parti del nostro sé, lasciando spazio a un compromesso che tiene insieme l'efficacia, la comodità e il benessere.
Mai come in questo periodo abbiamo sperimentato il lavoro da casa; ci viene richiesto di adattare le nostre abitazioni e i nostri abiti a nuove routine. Ci si alza la mattina non più preparandosi per varcare la soglia di casa, bensì per connettersi tramite conference call, con la propria immagine che arriva a blocchi e raramente nella sua completezza.
Mi sono chiesta come ci venga naturale comportarci nella scelta dell'abbigliamento e se ci curiamo da capo a piedi.
Alcuni di noi avranno bisogno di vestirsi di tutto punto per iniziare la giornata, indipendentemente che siano previste attività di interazione via web. Altri cureranno eventualmente solo la porzione visibile in caso di contatto web. Quello che mi colpisce è che, anche quando ci vestiamo di tutto punto, c'è un confine che pochi varcano: la scarpa!
Credo che sia condivisa da molti la sensazione di stranezza nell'indossare giacca (o comunque un abbigliamento formale) e ciabatta insieme. C'è una spiegazione neuroscientifica per questo: si chiama algebra cognitiva, quel particolare modo di funzionare del nostro cervello che somma tutte le informazioni coerenti con una situazione e sottrae i segnali contraddittori per arrivare a una visione complessiva.
Di solito ci vestiamo "per uscire" e teniamo le ciabatte il tempo necessario per prepararci; il nostro cervello si aspetta che dopo essersi preparati per benino arrivi il momento della scarpa. Invece, in questo periodo, lei sfugge a questa logica.
Spinta dalla curiosità mi sono confrontata con amici e colleghi, ponendo questa domanda a una quindicina di persone: "Durante i collegamenti web, quando ti vesti in modo più formale, hai le scarpe o le ciabatte?" Le risposte arrivavano una dopo l'altra: ciabatte, ciabatte, ciabatte…
Come è presumibile, la risposta è stata: "Nessuno vede se ho le scarpe o le ciabatte... ed è anche una questione di igiene." Lo comprendo. In questi giorni anch'io lavoro parecchio via web, il contesto è informale e non ho necessità di mettere la giacca; pullover e jeans vanno benissimo. Tuttavia, devo dire che se indosso le mie pantofolone morbide, quando sono connessa e abbasso gli occhi mi viene da ritrarre i piedi, quasi a nasconderli. Lo so, non le vede nessuno, ma il mio cervello reagisce.
Ho allora fatto un piccolo esperimento tenendo per un'intera giornata le scarpe — un mocassino comodo. La sensazione principale è stata di stranezza nel muovermi in casa con le scarpe. Nella pausa pranzo mi sono sorpresa a mettermi le ciabattone, e quando durante i collegamenti guardavo in basso e indossavo i mocassini non ritraevo i piedi. Arrivata a fine giornata mi sono tolta le scarpe e la sensazione è stata come se davvero avessi finito di lavorare, di essere in un altro spazio. In definitiva, usare le scarpe mi ha permesso di "rientrare" a casa dopo una giornata di lavoro.
Questi fenomeni vanno sotto il nome di cognizione incarnata (embodied cognition), che ci spiega come il corpo pensi, tragga conclusioni e ci condizioni.
Nel fatto di non mettere le scarpe in casa, oltre ai fattori igienici, vince la coerenza nell'algebra cognitiva: la casa è il privato, il luogo di espressione di sé, di libertà, relax e comfort.
L'esperimento mi ha fatto capire che a qualcosa potrebbe servire: ad esempio a creare una coerenza diversa, dando più spessore alla sfera lavorativa; a creare un confine tra dentro e fuori; a creare dei break intermedi godendone di più.
Non c'è nulla di giusto o sbagliato in tutto questo: ci sono diverse modalità di funzionamento che hanno priorità diverse. Come sempre, l'importante è conoscere le proprie.
È la conversazione che abbiamo davanti al guardaroba più o meno tutti i giorni. Ma hai mai fatto caso a quale sia la punteggiatura che segue?
Si tratta di un "? pratico" del tipo: "Vediamo un po'... cosa mi metto oggi?" Qui mi pare si tratti di esplorare il campo delle possibilità, per arrivare a una scelta comoda e pragmatica. Una situazione neutra, alla quale si collega uno stato d'animo sereno, il tempo di dare un'occhiata agli abiti, senza spendere troppo tempo, a cui probabilmente segue un "Questo andrà bene".
Oppure si tratta di un "? inquieto" del tipo: "Vediamo, cosa, cosa, COSA mi metto oggi?" Questi "cosa" lasciano trasparire nervosismo; i capi lì a disposizione sembrano non essere "giusti" per un motivo o per l'altro. A questa situazione si collega probabilmente uno stato d'animo deluso per le mancanze percepite.
Oppure si tratta di un "? vivace" del tipo: "Uh, vediamo, vediamo, vediamo oggi cosa mi metto?" Qui il "?" è quasi retorico — sarebbe già un "!". Si tratta di selezionare ciò che nell'armadio corrisponde al sentire del momento; lo stato d'animo è gioioso, quasi esaltato; gli abiti di questo guardaroba vanno tutti bene e il contesto probabilmente modulerà la scelta.
O ancora si tratta di un "Oggi mi metto:" — qui la domanda è superflua. In questo scenario lo so già dal giorno prima cosa metterò; si tratta di avere chiaro chi si è, la propria stoffa, e poi è solo questione di esibirla. Lo stato d'animo è grintoso; c'è sicurezza e piacere nell'indossare i bei capi del proprio guardaroba.
Queste quattro modalità le metto in relazione alle quattro Stagioni Interne: il pragmatismo dell'Autunno, l'inquietudine dell'Inverno, la gioiosità della Primavera e la sicurezza dell'Estate.
Naturalmente ci sono molte sfumature tra le pieghe delle Stagioni, dei periodi, delle fasi di vita. Quindi, al di là dell'esito, credo sia importante porre attenzione alla punteggiatura emotiva dei nostri dialoghi, anche verso il guardaroba, considerando che cambiare è sempre possibile — parola di un'inquieta d.o.c.!
"Niente da mettere!" È questa una conversazione frequente davanti al proprio guardaroba. E, per quanto mi riguarda, avere un negozio pieno di vestiti e sentire in alcune occasioni di non avere niente da mettere sembra pazzesco — eppure è così!
Un tempo era un vissuto che sperimentavo maggiormente; certo, non avevo il negozio, ma non dipendeva dalla quantità di abiti nel mio guardaroba. Oggi mi capita raramente, quando mi trovo impegnata in una situazione nuova.
Ho capito che quello che si attivava un tempo — e ora di tanto in tanto — ha a che fare con una credenza antica: "non sono come dovrei / non sono abbastanza".
Come agisce questa credenza? Porta a vedere le mancanze e, in fatto di abbigliamento, a elencare una serie di: "questo non è abbastanza elegante, formale, originale...". Sotto l'influsso di questa convinzione diventiamo severi giudici di noi stessi.
Trovo che quando questa credenza si rivolge all'aspetto diventi particolarmente insidiosa, perché l'immagine è proprio lì, visibile, come risultato delle presunte mancanze.
PersonAtelier ha molto a che fare con questa mia credenza; tanto che ho voluto orientare la psicologia verso l'abbigliamento per farne qualcosa di utile — per me innanzitutto e per chi trova delle assonanze con questo sentire.
Come cambiare questa conversazione? Da dentro a fuori è il modo con cui ho più dimestichezza: lavorando con i pensieri e con le conversazioni, esplorando la convinzione. Abbastanza cosa vuol dire? Abbastanza per chi? In cosa non sarei abbastanza? Vedendola con nuovi punti di vista, sospendendo il giudizio per arrivare a un "sono come sono e mi va bene". Si tratta di ridefinire la convinzione in modo che, con una nuova credenza non più limitante, si possa stare meglio.
Da fuori a dentro è il modo che oggi mi diverte di più: si parte da un lavoro sull'immagine, trovando colori e forme donanti, sperimentando nuovi abbinamenti, comprendendo come i vestiti possano "completarci" a livello simbolico per arrivare a un nuovo atteggiamento verso la propria immagine — più che a una nuova immagine, che poi comunque avviene, ma non è il fine.
"Nel mio guardaroba ho degli abiti che non mi rappresentano, eppure faccio fatica a separarmene, proprio non ci riesco…"
Questa è un'altra conversazione che mi è capitato di sentire più volte. Ritengo che meriti una riflessione, perché ciò che indossiamo è una parte importante della nostra identità, e se ci rendiamo conto che non ci corrisponde, questo scollamento può diventare causa di frustrazione e malessere.
Partiamo dall'analizzare la dinamica alla luce di un assunto: quando indossiamo un determinato vestito e abbiamo una forte e consolidata credenza nel suo messaggio simbolico, questo ci influenza nel comportamento e nell'umore. Questo accade sia che l'abito sia nuovo, sia che si tratti di un vecchio vestito che ci ha accompagnato in mille situazioni felici.
Questo fenomeno ce lo spiegano l'enclothed cognition e il concetto psicologico di "essenzialismo": un particolare modo di processare le informazioni che ci porta a identificare gli oggetti con un'essenza sottostante che li influenza.
Alla luce di questi concetti si inizia a comprendere perché ci sia questa fatica a separarci da alcuni vestiti: non soltanto ci ricordano bei momenti, persone e affetti importanti, parti di noi che riguardano il passato, ma in essi riponiamo la forte convinzione che ci permettano nuovi momenti felici, che ci avvicinino a certi affetti o ci consentano di riappropriarci di parti di noi che diversamente sentiremmo perdute.
A fare da collante tra noi e gli abiti c'è quindi, da un lato, l'essenza dell'oggetto e, dall'altro, il sentimento: in alcuni casi gioia e felicità; in altri un misto di malinconia e speranza per quanto non c'è più nel presente; in altri ancora un senso di colpa per non aver sfruttato abbastanza il vestito o perché è stato regalato da qualcuno.
Va poi aggiunto che in alcuni casi gli abiti di cui non riusciamo a disfarci li teniamo nell'armadio senza indossarli: occupano spazio ma non coprono la nostra personalità. In altri casi, pur ritenendoli non adatti, li indossiamo lo stesso proprio per quel senso del dovere che ci lega.
In sintesi, la questione "vestiti che non mi rappresentano" può riguardare armadi pieni e armadi scarni, sentimenti piacevoli e spiacevoli, conservare e indossare.
Se ti ritrovi in queste parole, ecco un percorso pratico:
1. Seleziona i vestiti che ritieni non essere più rappresentativi di te e dai quali pensi di non riuscire a separarti.
2. Individua il sentimento che fa da collante per ciascuno (tristezza, gioia, colpa, speranza, ecc.).
3. Dividi i vestiti in due gruppi: quelli che evocano sensazioni piacevoli ("top") e quelli che evocano sensazioni spiacevoli ("down").
4. Parti dal gruppo "top": individua per ciascuno il messaggio/credenza associata. Se li indossi abitualmente, chiediti se sono ancora in buono stato. Se sono inutilizzati da tempo, chiediti se il loro valore giustifica il fatto di tenerli fermi nel guardaroba.
5. Passa poi al gruppo "down": questi richiedono un atto coraggioso di distacco emotivo, che passa anche dalla separazione fisica. Se il tuo guardaroba te lo consente, togli tutti quelli di questo gruppo. Per la scelta degli abiti che inserirai, osservati durante lo shopping. Quanto a quelli che decidi di non usare più, puoi metterli in uno scatolone, per poi decidere in un secondo momento se inserirli nel circuito del secondhand, donarli, o scambiarli.
Spero che la consapevolezza sul funzionamento di questa dinamica ti sia di aiuto per accompagnare il tuo distacco e fare così spazio a nuove forme e colori che ti rappresentino.
Ti sei mai chiesta con quali conversazioni ti guardi allo specchio?
Prova a fare questo esperimento: mettiti davanti allo specchio, ascolta la conversazione che arriva e poi confrontala con quelle che ti propongo.
Si tratta di queste: "Sono uno schianto" / "Sto che è una favola" / "Questo colore mi dona proprio".
Oppure di queste: "Sono sempre così disordinata" / "Sono un disastro" / "Con questo colore non mi si può guardare".
Sappiamo bene che le parole sono generative, e noi siamo esseri linguistici. La qualità della nostra vita e del nostro benessere dipende da come ce la raccontiamo. Dal pensiero alla parola al rilascio di neurotrasmettitori: questa è la sequenza che può portarci a stati d'animo piacevoli o al contrario a stati di malessere.
Vale la pena allenarsi davanti allo specchio a buone "ConversAzioni". Come fare? Prendiamole una ad una.
"Sono sempre così disordinata." Mi sembra un po' esagerato usare "sempre": tecnicamente è un "quantificatore universale" che generalizza. Possiamo porci qualche domanda per relativizzare: Sempre, sempre? In cosa sono disordinata? Quando indosso abiti stropicciati, mi sento disordinata. Quando mi metto troppi strati addosso, mi sento disordinata. Ho relativizzato esplicitando condizioni e comportamenti specifici, e ho sostituito il "sono" con il pensiero di come mi sento. In questo modo il mio umore sarà forse più lieve e mi offro la possibilità di agire in modo diverso.
"Sono un disastro." Anche qui stiamo ragionando sull'essere con generalizzazioni negative. Scendiamo nel particolare: cosa me lo fa dire? La pettinatura, il trucco, l'abito? Ad esempio: le occhiaie sotto gli occhi mi danno l'aria stanca. Scendere nello specifico mi ha permesso di individuare la causa e capire cosa posso fare per prendermi cura di quella stanchezza.
"Con questo colore non mi si può guardare." Anche qui stiamo generalizzando. Quale tonalità? Tutte di quel colore? Ci sono capi che di quel colore mi stanno bene? Ad esempio: con maglie di questa tonalità vedo il colorito spento. Ho individuato che il problema non è il colore tout court ma una certa tonalità, e potrò così provare altre sfumature.
Le buone strategie per le nostre ConversAzioni allo specchio sono quindi: non generalizzare; indagare il nostro pensiero chiedendoci "cosa me lo fa dire"; riformulare in modo più specifico e preciso. In questo modo avremo conversazioni più gentili, che producono via via pensieri più sereni e maggiore autostima.
Ti è mai capitato di provare un capo in un negozio e davanti allo specchio di quel luogo non trovarti affatto male, mentre di fronte allo specchio di casa tua non piacerti più? Oppure guardarti allo specchio di casa con un certo vestito e piacerti, uscire per andare a una cena e al ritorno non piacerti più?
Cosa hanno in comune queste due situazioni? In entrambi i casi ci si trova in una situazione di "attesa" e di "preparativo": ci guardiamo e immaginiamo come sarà indossare quel capo in una certa occasione, l'effetto che farà sugli altri e su di noi. Questi momenti sono carichi di enfasi, energia e aspettative; l'umore è di un tono un po' più elevato, sia per l'elemento speranza sia per la risonanza positiva dell'adrenalina del momento.
Poi accade che, quando percorriamo lo spazio temporale tra la prova del vestito e il momento successivo, nel mezzo avvengono cose legate alla comparazione sociale: confrontando il nostro aspetto con gli altri, potremmo uscirne insoddisfatti.
Questo punto è strettamente collegato all'autovalutazione critica, quel processo mentale attraverso cui valutiamo e giudichiamo noi stessi, influenzato da vari fattori quali gli standard estetici che ci siamo formati nel tempo, la pressione sociale, il livello di autostima e il livello di autoconsapevolezza.
Come uscire da questo impasse? Possiamo lavorare su due versanti.
Per quanto riguarda lo stile: scegliere i capi che riflettano chi siamo e ci facciano sentire a nostro agio; curare la beauty routine; praticare esercizio fisico regolare, con effetti benefici anche sulla postura e sulla mente.
Per quanto riguarda l'autostima: accrescere la consapevolezza delle proprie risorse, abbassando il volume della critica negativa; fare esperienza di strategie di coping; relativizzare i propri giudizi negativi; praticare la gratitudine per ciò che abbiamo.
A te scegliere da dove iniziare!
Guardando la TED Talk "From clothing to character" della costumista Kristin Burke mi sono resa conto di quanto sia articolato il suo lavoro nella costruzione dei personaggi. Nel video spiega come per realizzare i vestiti dei personaggi affidatile sia fondamentale fare una serie di domande al regista: Che tipo di persona è? Qual è la sua storia? Cosa motiva le sue scelte? E come debba approfondire le singole richieste — ad esempio, quando le viene chiesto di rendere un personaggio "sexy", pone ulteriori domande: Ok, sexy come? Ammiccante, guerriera, sensuale?
Questo le consente di creare il costume, vale a dire il vestito più l'intenzione. E spiega molto bene come a volte dettagli sottili — come la vestibilità di una giacca — creino effetti completamente antitetici: due taglie in più possono far apparire un personaggio come un perdente anziché un vincente.
Usando l'abbigliamento come strumento di racconto e rinforzo, noi siamo al tempo stesso costumisti e attori. Per farlo occorre: avere ben chiaro chi si è; chiarirsi le proprie intenzioni nei diversi contesti; definire il "costume" che veicola i messaggi che vogliamo trasmettere; ascoltare le sensazioni che proviamo indossandolo per capire se realizza l'intenzione.
Questo dialogo fatto di ascolto interiore, domande e racconto attraverso simboli diventa un gioco divertente e serio allo stesso tempo: il guardaroba diventa un database dal quale selezionare le informazioni che vogliamo utilizzare.
La manutenzione e la pulizia del database — alias guardaroba — è il punto di partenza per avere buoni dati da gestire. Ecco alcuni spunti per il decluttering di stagione, in base al principio delle 3R:
1R – Rivelare: analizza ogni capo e valuta se ti dona per la sua vestibilità (è della misura giusta, valorizza le tue forme?) e per i colori (ti donano o ti spengono?).
2R – Raccontare: osserva i diversi capi e valuta se sono allineati con chi sei, con il tuo stile. Tieni quelli che raccontano aspetti diversi che ti riconosci: la parte creativa, quella più classica, quella che ha bisogno di comodità. Spesso abbiamo nell'armadio vestiti acquistati per occasioni specifiche; in realtà, ragionando sulle nostre caratteristiche, possiamo raggiungere lo stesso obiettivo in modo meno omologato.
3R – Rinforzare: ascolta le sensazioni che provi indossando i vestiti. Se corrispondono alle tue intenzioni, tienili. Altrimenti mettili in stand-by per provarli in diversi abbinamenti: a volte non è il capo in sé a non funzionare, ma il contesto nel quale viene inserito.
Prendi appunti dal tuo guardaroba: considera cosa le tue scelte in fatto di abiti e accessori raccontano di te, per decidere cosa oggi ti corrisponde pienamente e cosa invece non ti rappresenta più.
Il tuo guardaroba racconta di te prima ancora che tu esprima il tuo pensiero attraverso le parole — è la "visual identity" della tua personalità.
Ogni giorno scegliamo dall'armadio capi che danno informazioni al mondo su cosa ci piace e cosa riteniamo adatto a noi. Vale la pena assicurarci che il contenuto del nostro guardaroba sia adatto a presentarci.
Ecco un'analisi su tre dimensioni. Puoi prendere un notes e passare in rassegna i seguenti aspetti:
1. TIPOLOGIA PREVALENTE PER OCCASIONI D'USO: questa analisi ti consente di individuare l'identità prevalente che arriva dai tuoi abiti. Si tratta di abiti per il lavoro? Per il tempo libero? Per stare in casa o da palestra? Fai una stima percentuale e valuta se è coerente con chi sei oggi.
2. TIPOLOGIA PREVALENTE DI CAPI: questa analisi ti consente innanzitutto di capire se il guardaroba è ben bilanciato, e in seconda battuta su cosa prediligi investire e a che fine. Capita spesso, quando non siamo pienamente soddisfatte della nostra immagine, che investiamo maggiormente in capi "innocui" perché spostano l'attenzione da quelli che riteniamo i nostri punti deboli — ad esempio sulle scarpe, sulle borse, sui bijoux o su elementi che ci "rassicurano" perché ci coprono. Raramente questa è la scelta migliore.
3. COLORI PREVALENTI: questa analisi ti permette di valutare il grado di varietà cromatica e la gamma di sfumature che puoi offrire al tuo umore. Il colore è vibrazione ed energia; favorisce il rilascio di neurotrasmettitori che agiscono sul nostro livello di benessere. Se nel tuo guardaroba hai una frequenza unica o poco più, corri il rischio di devitalizzarti.
A questo punto potrai fare una sintesi: l'identità che emerge (se ti soddisfa, non apportare modifiche; altrimenti chiediti cosa manca); la tipologia di capi prevalenti (se la varietà non ti soddisfa, individua quale bisogno appagano i capi in quantità maggiore); i colori prevalenti (se vuoi più varietà, ascolta la tua parte istintiva e inizia a provare i colori che ti piacciono, cercando la tonalità più adatta a te).
Hai mai pensato a come ti fanno sentire gli abiti del tuo guardaroba?
Un esercizio che trovo molto utile è tenere per almeno una settimana un diario nel quale annotare le sensazioni che provi indossando i tuoi abiti. Annota: la tipologia degli abiti (tessuto, colore, foggia); il contesto di utilizzo; la sensazione provata nell'arco della giornata (attribuendo anche un valore numerico, da "per niente a mio agio" a "super a mio agio"). Al termine della settimana tira le prime conclusioni: cosa ti ha fatto sentire bene? Cosa ti ha dato efficacia, agio ed energia? Cosa te le ha tolte? Qual è il tuo approccio alla scelta degli abiti?
La finalità è comprendere cosa tenere e cosa lasciare andare, per massimizzare il tuo benessere.
Diversi studi psicologici hanno dimostrato come la scelta di ciò che indossiamo abbia effetti sul nostro atteggiamento. L'enclothed cognition afferma che il giusto abito può renderci più forti e farci performare al meglio. Hajo Adam e Adam Galinsky hanno spiegato che a certi capi diamo un valore simbolico e quando li indossiamo ne assumiamo anche le caratteristiche, comportandoci coerentemente con il significato.
Nella scelta dei colori l'attenzione è di garantire una varietà tra tonalità calde e fredde. Gli stampati sono selezionati per offrire la possibilità di comunicare, verso l'esterno e verso l'interno, diversi messaggi coerentemente con il Lessico dell'Abbigliamento.
Per dare concretezza al processo, i capi PersonAtelier sono accompagnati da un cartellino che ne descrive l'intenzione in termini di significato del colore, della foggia, del tessuto e dello stampato, e da una targhetta con una parola che racchiude e sintetizza l'intenzione.
Ti sarà forse capitato di leggere o sentire la frase "Dimmi cosa indossi e ti dirò…" Mentre secondo me troppo poco ci soffermiamo a riflettere su quello che non indossiamo.
Si può trattare di abiti del proprio guardaroba rimasti dismessi, o di generi e tipologie che non si indossano più — o che non si sono mai indossate — perché ritenute poco qualcosa (poco opportune, serie) o troppo qualcosa d'altro (audaci, giocose, femminili).
Se sono nel nostro guardaroba, una relazione con noi dovrà esserci stata. Allora cosa è successo che ci ha fatto prendere le distanze, e cosa ci lega oggi che — nonostante l'inutilizzo — ce li fa tenere con noi?
Per esplorare questa relazione, ecco un gioco. Apri il tuo armadio e rispondi a queste domande:
1. Ci sono abiti che non indossi da un po' di tempo (almeno 6 mesi/1 anno)?
2. Per quale motivo sono inutilizzati? Crea delle categorie. Eccone alcune possibili:
Abiti del "non si sa mai": sono quelli che ti fanno dire "potrebbe tornarmi utile per una festa, per una cerimonia, per un viaggio". Di solito, anche quando si presenta la situazione, difficilmente andiamo a ripescare quell'abito.
Abiti "nostalgici": sono quelli che ti fanno dire "mi ricorda quella volta, mi ricorda quella persona".
Abiti del "quando ero": sono quelli che ti fanno dire "mi ricordano quando ero giovane, quando ero più magra". Simili ai nostalgici, ma qui il focus è su di te nel passato.
Abiti dei "buoni propositi": sono quelli che ti fanno dire "quando perderò quei due chiletti", "quando riinizierò quell'attività". In definitiva, gli abiti del "quando sarò".
Abiti "nel dimenticatoio": sono quelli per cui ti dici "non ricordavo neppure di averlo", "non ricordo da dove arrivi".
Abiti "come nuovi": magari hanno ancora il cartellino attaccato e non li hai mai utilizzati.
3. Rifletti: se tra le diverse categorie c'è una relazione, qual è il vantaggio nel tenere il legame con quella parte di te, e cosa ti stai perdendo? Nell'esempio degli abiti del "non si sa mai" e dei "buoni propositi", entrambe le categorie hanno un piede nel futuro: mantengo l'idea di una progettualità, ma nel frattempo mi sto perdendo la possibilità di essere più radicata nel mio presente.
4. L'ultimo passaggio prevede di fare delle scelte: cosa tenere e cosa lasciar andare. Potresti scegliere di lasciar andare i vestiti del "non si sa mai" e lasciare spazio a un nuovo capo più aderente al racconto di chi sei oggi.
Ci sono molti modi di approcciarsi al guardaroba. A me piace quello della protagonista del libro della Seminara "Atlante degli abiti smessi": fatto di poesia, analisi, gioco e ironia.
Dalla sua antologia i miei preferiti sono: "Vestiti liberi e indipendenti. Meglio averne diversi nell'armadio... sono quelli che non sottilizzano fra inverno e estate, basta cambiare le scarpe o inspessirli con un golf, uno scialle. Sono sereni, abituati a stare sulla soglia." E poi: "Vestiti illusionistici. Che ti fanno felice. Solitamente morbidi nei tessuti, cedevoli al tatto, allo sguardo, alle voci. Che vibrano tra la gente senza bisogno di te, e rispondono al mondo anche se taci, o sei stanca. Tieniteli stretti, con cura e gratitudine. Così preziosi nei tempi freddi e solitari."
Poi ci sono quelli che mi fanno tenerezza e mi mettono malinconia: "Vestiti disadattati... che stanno in disparte nell'armadio, tutti nascosti in un angolo, lontani dal resto, isolati, anche quando tu stai attenta ad appenderli in gruppo. Che hai fatto di tutto per accettare... ma restano sempre diversi da te, non addomesticabili." E: "Vestiti che t'intristiscono: appena li metti diventi gobba, e le braccia più lunghe..." (da E. Seminara - Atlante degli abiti smessi).
Il nostro guardaroba in questo modo diventa un raccoglitore di sensazioni e stati emotivi che ci portiamo addosso e che ci porta verso i nostri obiettivi o via da essi. Per rendere causale — anziché casuale — la relazione tra gli abiti e il nostro Sé occorre un po' di osservazione, uno schema di riferimento e qualche domanda.
Ecco una traccia da seguire: osserva per una decina di giorni gli abiti che indossi e annota cosa hai indossato (tipologia di capi: taglio, tessuto, colori, stile), come ti sei sentita (stati d'animo, sensazioni), l'occasione d'uso, e come descriveresti lo stile (casual, elegante, originale, ecc.).
Al termine del periodo rifletti: quali capi ti hanno fatto sentire bene? Quali ti hanno tolto energia? Quali ti hanno fatto sentire autentica?
Fai la tua sintesi, lascia andare quello che non ti corrisponde: ne guadagnerai in consapevolezza e buon umore.
Questo mese di luglio è stato un mese di ricomposizione: ho potuto dedicarlo a cose che avevo tralasciato — letture, capi e oggetti da sistemare. Il comun denominatore è stato il ritorno al passato.
Rispetto ai temi della psicologia dell'abbigliamento mi ha sorpreso ritrovare l'antesignano dell'enclothed cognition nel concetto di "funzione predisposizionale". L'autore (M. Bianca) spiega che questa espressione si riferisce al fatto che l'abbigliamento non solo esprime i caratteri della personalità, ma agisce come stimolatore e rafforzatore del comportamento. In tal senso l'abbigliamento predispone l'individuo a essere e agire in modo "consono" all'abbigliamento che indossa. Quasi 30 anni fa veniva descritta, con parole poco frequenti, quella che oggi va sotto il nome di enclothed cognition.
Così come i libri della nostra libreria ci rimandano la storia di quello che è stato e di ciò che è diventato, i vestiti del nostro guardaroba ci rimandano l'immagine di chi eravamo e siamo diventati.
Ho guardato alcuni capi chiedendomi chi ero quando ho scelto quel paio di pantaloni, quella blusa che oggi non metto più, quel top che metto da almeno 15 anni. Esattamente come ho fatto dopo la lettura con i concetti appresi dai libri: ho individuato cosa mi corrispondeva, cosa mi suscitava un'emozione, quello che era una garanzia, quello che non capivo o mi lasciava dubbi, e quello che non mi diceva più niente.
Se fare questo lavoro ti interessa, puoi scegliere se partire dai libri o dai vestiti, rispondendo a queste domande. Della tua libreria e/o del tuo guardaroba, cosa: ti corrisponde oggi (ti fa emozionare, brillare gli occhi, sorridere)? È per te una garanzia (sai che funziona a prescindere)? Non ti convince del tutto (ti lascia perplessa)? Non ti dice più niente (non ti entusiasma)?
Decidi poi cosa fare: cosa tenere, a cosa dare una possibilità di approfondimento, e cosa lasciar andare.
Complice un breve periodo di vacanza a inizio gennaio, l'idea della prossima meta e una frase letta nel libro di Valérie Perrin mi sono trovata a riflettere ad ampio spettro sul concetto di bagaglio.
L'autrice ne parla a proposito della preparazione della valigia per andare nella consueta località di villeggiatura in cui la ospita un'amica da ormai 24 anni, e dice: "c'è troppo, casomai, nel mio bagaglio." Mi sono chiesta allora quanti tipi di bagagli ci capita di fare:
Bagaglio "solo l'indispensabile": si porta lo stretto necessario, quello che si sa con certezza che si utilizzerà.
Bagaglio "leggero": oltre a ciò che sicuramente si userà, c'è qualcosina in più che si pensa possa tornare utile.
Bagaglio "tutto fuorché il necessario": si ha di tutto, tranne quello che serve.
Bagaglio "perfetto": corrisponde perfettamente alle necessità; quello che serve c'è e non c'è nulla di superfluo.
Dal bagaglio vestimentario possiamo passare al bagaglio esperienziale, e ci renderemmo conto che il discorso è analogo. Il bagaglio esperienziale "solo l'indispensabile" è quello in cui ci precludiamo esperienze che magari costano (fatica fisica, economica, emotiva). Il bagaglio "leggero" ci sposta un po' più in là e ci permette di scoprire qualcosa di nuovo. Il bagaglio "tutto fuorché il necessario" è quello che ci fa "fare per fare" senza ascoltarci nel profondo. Il bagaglio "perfetto" naturalmente non esiste, ma vi si avvicina molto quello che contiene un fare che corrisponde al nostro essere.
Per modulare la propria opinione sul tipo di bagaglio si tratta, a mio parere, di capire come inquadrare la questione. Se il bagaglio vestimentario ci manca qualcosa (mettiamo che piova e manchi l'ombrello), abbiamo diverse possibilità: comprarlo, farcelo prestare, adattare qualcosa che abbiamo, muoverci solo in luoghi asciutti. Analogamente nel caso di un bagaglio esperienziale "carente": possiamo acquisire le competenze mancanti, trovare un'alternativa, o procedere con quello che abbiamo.
Si tratta di passare dall'idea di un bagaglio-zavorra a un bagaglio-risorsa, senza giudizio o quanto meno non troppo severo. A me è utile pensare che quello che abbiamo è quello che abbiamo deciso di avere, con le risorse che al momento avevamo, e per questo va bene così. Con la possibilità, in ogni momento, di integrare, scambiare, condividere, aggiungere, togliere per arrivare alla misura che ci fa stare bene.
Nell'immagine che offriamo attraverso l'abbigliamento possiamo riconoscerci e piacerci, o al contrario sentirla estranea e fonte di frustrazione e disagio; in mezzo a questi due poli ci sono naturalmente diverse altre possibilità.
Concentriamoci sulla condizione in cui l'abbigliamento non ci rappresenti, diventando causa di disagio. In questo caso i vestiti diventano la nostra principale e più estesa maschera, che mettiamo per adattarci all'ambiente e per presentarci pubblicamente.
In questi casi i vestiti che quotidianamente indossiamo rispecchiano l'esito dei nostri comportamenti adattivi e ci possono dare informazioni sulle sfere nelle quali abbiamo più investito o rispetto a cosa ci siamo più difesi.
Per esempio: se il tuo guardaroba contiene quasi esclusivamente abiti da ufficio, rivela che il tuo impegno lo stai mettendo in quella sfera, con il rischio che il tuo essere sia aderente prevalentemente al tuo fare lavorativo. Se invece contiene quasi esclusivamente abiti comodi scelti per praticità, rivela che probabilmente sei più impegnata con i bisogni degli altri che con i tuoi. Se contiene abiti uguali tra loro, di un unico colore e senza particolari forme, rivela che forse ti stai difendendo, nascondendoti e rendendoti invisibile.
Come uscire da questa impasse? Innanzitutto dichiarandoti ciò di cui hai bisogno e vuoi portare nella tua immagine. È a questo punto che torna utile conoscere il lessico dell'abbigliamento: un vocabolario che raccoglie i significati simbolici dell'abbigliamento, una sorta di grammatica per il tuo stile.
L'immagine è come arriviamo agli altri: abbigliamento, gesti, posture. Sulla base di questo gli altri ci rimandano aspetti della nostra identità: sei curata, originale, professionale, seria. L'identità è un dono sociale, dice Galimberti: non è una dote naturale, l'identità ce la danno gli altri, è il frutto del riconoscimento. Immagine e identità sono in costante relazione.
Ecco tre passaggi per sfoderare la tua immagine.
1° DESCRIVILA: metti a fuoco chi sei, esprimilo con 5 parole chiave che descrivano le tue caratteristiche e i tuoi valori. Trasforma poi queste parole in forme e colori: se queste caratteristiche fossero forme geometriche, quali sarebbero? E di quali colori?
2° ACCESSORIALA: cosa vuoi mostrare, attraverso forme e colori, della tua identità? Metti in parole lo stile che vuoi adottare per rappresentare chi sei.
3° SFODERALA: seleziona dal tuo guardaroba i capi che corrispondono allo stile che hai descritto, fotografali e divertiti a comporre diversi outfit uscendo un po' dai soliti abbinamenti.
Nel dialogo tra identità e immagine si fa strada una nuova competenza: quella di porre attenzione alla cura della propria persona, sapendo esaltare le proprie qualità e comunicandole in modo efficace. Il goodlooking è la capacità di creare un'identità visiva coerente con le competenze e i valori della propria identità.
Con la nostra immagine creiamo aspettative sulla nostra identità, e lo facciamo in un tempo brevissimo. In un battito di ciglia chi ci guarda emette un giudizio basandolo sulla comunicazione non verbale e su elementi della propria esperienza.
Come coltivare il goodlooking? Si tratta di una forma mentis che affonda le sue radici nella capacità di valutarsi — non giudicarsi. Quando ti giudichi ti stai misurando rispetto a qualcosa che è bello/brutto, giusto/sbagliato, troppo/poco. Quando ti valuti ti stai osservando, contestualizzando e relativizzando: questa chiarezza ti permette di agire in modo mirato.
Prova questo piccolo esperimento: mettiti davanti allo specchio, osservati e annota le conversazioni che affiorano. Poi trasforma i giudizi in valutazioni, scendendo nello specifico. "Che disastro" diventa "le occhiaie mi danno l'aria stanca": hai individuato la causa e puoi agire.
Lo psicologo Samuel D. Gosling esamina il modo in cui gli oggetti nelle nostre case svelino caratteristiche di personalità. Individua tre tipi di informazioni: affermazioni di identità (oggetti che ricordano chi siamo); regolatori emozionali (oggetti che usiamo per gestire emozioni e stati d'animo); residui comportamentali (ciò che lasciamo nell'ambiente come traccia delle nostre azioni).
Con il lessico dell'abbigliamento gli outfit che componiamo possono essere letti proprio in questa ottica: i singoli elementi diventano indizi e messaggeri di personalità. Indossare una t-shirt con uno slogan è un'affermazione d'identità; indossare consapevolmente un certo colore ha la funzione di regolatore delle emozioni; capi ben stirati e inamidati traspaiono caratteristiche di ordine.
Il messaggio arriva in maniera intuitiva, poiché il linguaggio si rifà a convenzioni e codici, alcuni dei quali molto robusti e duraturi, altri più deboli e mutevoli. In ogni caso l'abito si presta sempre a un'interpretazione. Ciò che fa la differenza sono le intenzioni: permettono di usare gli elementi dell'abbigliamento in modo consapevole per offrire i giusti indizi ai nostri interlocutori.
Gennaio in negozio è un periodo lento, quasi meditativo, che porta con sé spunti di riflessione. È quello che mi è successo pulendo vetri e specchi: strofinavo con insistenza perché il riflesso non era nitido. Finché mi sono resa conto che il problema non stava nello specchio ma nei miei occhiali, che tornati puliti mi hanno restituito un'immagine nitida.
Ho pensato che questo ha molto a che fare con il nostro modo di vederci. Lo specchio e il suo riflesso rappresentano il nostro "fuori", quello che offriamo alla vista, nostra e degli altri. Può capitare che questa immagine non ci piaccia del tutto, o che non la sentiamo rispondente a chi pensiamo di essere.
Per colmare questo gap si aprono diverse strade. La prima è modificare l'immagine dall'esterno: un taglio di capelli, un make-up diverso, un cambio d'abito. Nella metafora: pulire lo specchio per vedere un riflesso diverso. A volte è sufficiente.
Altre volte il cambiamento esteriore non basta: continuiamo a vederci appannati. Qui il problema sta negli occhiali — nello sguardo coperto da un velo fatto di giudizi e credenze. Occorre un'igiene diversa, cognitiva ed emotiva: un lavoro di re-visione di sé, in sospensione del giudizio, per diventare nuovi osservatori della realtà.
Mi capita di sentire durante le consulenze frasi come: "questi abiti li uso al lavoro, poi nella vita uso tutt'altro", oppure al contrario "ora che sto prevalentemente a casa mi vesto così, ho tante cose belle che rimangono nell'armadio".
Nel primo caso ci si veste per chi non si è; nel secondo non ci si veste per chi si è. Sembrano due facce della stessa medaglia ma sono dinamiche diverse.
Quando ci vestiamo per chi non siamo (e non ci interessa essere), aggiungiamo al nostro sé parti che lo "adattano", rischiando di perderci di vista. Quando non ci vestiamo per chi siamo, riduciamo e assottigliamo il nostro sé, togliendoci possibilità di espressione.
Due possibilità di azione: vestirsi per chi (ancora non) siamo significa spostarsi verso potenzialità desiderate — gli abiti diventano vettori di cambiamento. Non vestirsi per chi siamo significa riposizionarsi in sé: se non ci sono occasioni per indossare un certo abito, possiamo usare i vestiti per crearle.
L'identità esprime chi siamo; l'immagine rappresenta cosa mostriamo agli altri. Queste due dimensioni possono essere molto vicine o più o meno distanti.
Immaginando una scala da 0 a 3: a livello zero identità e immagine coincidono — ci mostriamo per ciò che siamo e ne siamo soddisfatti. L'abito calza comodamente sull'habitus.
A livello uno c'è un piccolo scarto: potrei avere uno stile comportamentale Primavera ma mostrare un'immagine un po' sottotono. In questo caso l'abito diventa talvolta una divisa dell'habitus.
Ai livelli due e tre iniziano distanze più significative tra essere e apparire, spiegate spesso da pressioni esterne di adattamento. In questi casi l'abito rischia di diventare un costume, un travestimento che crea distanza e offusca l'habitus.
Diventa interessante osservare il proprio guardaroba e valutare quanto sia composto da abiti che calzano a pennello, quanto da divise e quanto da costumi — e partire da qui per lavorare sulla distanza.
Una persona passata in negozio, notando il bancone e la macchina da cucire, mi ha chiesto: "Ma tu non eri una psicologa?" Sorridendo le ho risposto che facevo la psicologa e anche altro. Quello scambio mi è rimasto impigliato nei pensieri.
Nel modello del coaching ontologico trasformazionale c'è una distinzione tra essere e fare. Il concetto è che il nostro essere è più del nostro fare: farli coincidere significa dichiarare che se sono quello che faccio, non posso essere altro. Distinguerli significa vedere quello che possiamo essere e aprire spazio al cambiamento.
Parafrasando Kurt Lewin: il mio essere è più della somma del mio fare.
Essere e fare sono distinti ma integrati: sono, dunque faccio, e così divento altro che mi porterà altro fare. Prestiamo attenzione a quando facciamo coincidere tutto il nostro essere con un unico fare, e alleniamoci a vederne le diverse sfaccettature.
Gli abiti che indossiamo parlano di noi. Raccontano le nostre caratteristiche, i nostri gusti, gli interessi, i bisogni e le emozioni. Veicolano informazioni che conosciamo e talvolta cose che ignoriamo.
L'idea del vocabolario mi è venuta dopo aver letto il libro "Il linguaggio dei vestiti" di Alison Lurie e dopo aver frequentato un corso di introduzione al Feng Shui Fashion Styling con Elisa Scagnetti. In entrambi i casi ho trovato spunti per riflettere e decodificare il significato di forme e colori, e ho pensato di raccoglierli per utilizzarli in modo intenzionale.
Ecco qualche esempio. Le forme geometriche dei quadrati, delle righe e dei cerchi si trovano nelle stampe dei tessuti e, oltre all'aspetto estetico, veicolano messaggi precisi.
I QUADRATI simboleggiano delimitazione; la simmetria tra i lati opposti comunica stabilità e organizzazione razionale. Da indossare se vuoi comunicare solidità, coesione, affidabilità.
Le RIGHE suggeriscono crescita, orientamento verso una direzione, ordine e precisione. Da indossare se vuoi trasmettere un'immagine lineare e ferma.
Le LINEE CURVE e i CERCHI rinviano a libertà e rilassamento. I pois rimandano a vivacità e divertimento. Da indossare se vuoi liberare il lato spiritoso ed estroso.Nel Lessico dell'Abbigliamento del metodo Dai Forma e Colore al tuo Stile® sono analizzati anche i tessuti, le silhouette degli abiti e le tipologie dei capi, ricondotti alle Stagioni Interne.I
La teoria che sta dietro il Lessico
Come formuliamo un'impressione? Cosa ci fa attribuire determinati aggettivi a un'immagine e suscitare sentimenti di piacere o fastidio?
Formuliamo giudizi continuamente, eppure siamo poco consapevoli di come questo avvenga. È difficile tradurre in parole le sensazioni che affiorano — eppure nominare è un atto importantissimo: quello che nominiamo distinguiamo, quello che distinguiamo possiamo utilizzare.
Il processo che sintetizza le suggestioni di forme, colori e tessuti si chiama algebra cognitiva: in pochi secondi restituisce un responso che dipende in parte dalla simbologia dell'oggetto in sé, in parte dalla cultura e dal contesto di appartenenza, e in parte ancora dalla soggettività di ciascuno.
Una comunicazione efficace è quella che segue la regola "ICI", allineando intenzioni e interpretazioni, identità e immagine. Certo, non sarà un allineamento perfetto — c'è sempre una componente di elaborazione soggettiva che sfugge — ma l'aspettativa è che nella maggioranza dei casi il messaggio arrivi.
Cosa sono le Stagioni Interne
Le Stagioni Interne sono quattro stili comportamentali tradotti in forme e colori che li rappresentano, il cui output è un guardaroba da utilizzare per esplorare il proprio stile.
Ogni stagione ha le sue caratteristiche e un guardaroba che la rappresenta. Pescare dai diversi stili consente di avere ogni giorno un rimedio vestimentario a lento rilascio di cui beneficiare nell'arco dell'intera giornata.
Estate: orientata all'azione, all'eccellenza, al lusso. Tessuti preziosi, taglio classico, silhouette asciutta, colori "statement".
Primavera: orientata al divertimento, alla creatività, alla visibilità. Sete, rasi, tulle, tagli femminili, colori vibranti e brillanti.
Autunno: orientata alla relazione, alla praticità, all'aiuto. Lane e jersey, tagli ampi e scivolati, colori tenui e discreti.
Inverno: orientata al pensiero, alla riservatezza, alla sobrietà. Strati, asimmetrie, colori profondi, protezione e riservatezza.
Stagione interna Estate
La stagione interna Estate è caratterizzata da eccellenza, precisione, cura, eleganza, successo, lusso, status, qualità, formalità, dinamismo e grinta.
L'abito che la rappresenta predilige tessuti preziosi (seta, lana di qualità, cachemire), taglio classico e sartoriale, silhouette asciutta e lineare. I colori preferiti sono quelli "statement": blu navy, nero, grigio, bianco, con tocchi di rosso o colori accesi come accento.
Le stampe tipiche dell'Estate sono geometriche e precise: righe, scozzesi, pied de poule. Gli accessori sono curati e di qualità, spesso con elementi status symbol.
L'Estate al suo meglio esprime autorevolezza naturale e competenza. Quando si irrigidisce rischia la distanza e la freddezza.
Stagione interna Primavera
La stagione interna Primavera è caratterizzata da femminilità, allegria, giocosità, estrosità, originalità, divertimento, colore, anticonformismo, appariscenza, magnetismo.
L'abito che la rappresenta predilige tessuti leggeri e brillanti (seta, raso, tulle, organza), tagli femminili con volant, balze e dettagli decorativi. I colori sono vivaci e brillanti: fucsia, corallo, giallo, turchese, verde lime.
Le stampe tipiche della Primavera sono floreali, animalier, pois, cerchi e forme curvilinee. Gli accessori sono creativi, colorati, originali — spesso il punto forte dell'outfit.
La Primavera al suo meglio porta gioia, energia e originalità. Quando si eccede rischia la dispersività e la superficialità.
Stagione interna Autunno
La stagione interna Autunno è caratterizzata da comodità, confortevolezza, praticità, modestia, sobrietà, aspetto classico senza tempo, romanticismo, delicatezza, aspetto grazioso, femminilità discreta.
L'abito che la rappresenta predilige tessuti naturali e morbidi (lana, jersey, cotone, cashmere), tagli ampi e scivolati, silhouette avvolgente. I colori sono tenui e discreti: beige, cammello, mattone, verde salvia, rosa antico.
Le stampe tipiche dell'Autunno sono floreali piccoli, quadri e tartan sobri, fantasie soft. Gli accessori sono discreti e funzionali, spesso in pelle naturale.
L'Autunno al suo meglio esprime calore, autenticità e affidabilità. Quando si chiude su sé stesso rischia l'invisibilità.
Stagione interna Inverno
La stagione interna Inverno è caratterizzata da essenzialità, originalità, ricercatezza, unicità, introversione, riservatezza, chiusura, anonimato (come scelta, non come condizione subita).
L'abito che la rappresenta predilige tessuti ricercati e spesso inusuali (tessuti tecnici, pizzo, pelle, capi sartoriali d'autore), tagli asimmetrici, strati e sovrapposizioni. I colori sono profondi e decisi: nero, blu notte, bordeaux, viola scuro, bianco puro.
Le stampe tipiche dell'Inverno sono astratte, etniche, paisley, geometrie irregolari. Gli accessori sono pochi, scelti con cura estrema, spesso pezzi unici.
L'Inverno al suo meglio esprime profondità, unicità e stile inconfondibile. Quando si chiude rischia l'isolamento e la distanza eccessiva.
Lo stile è quel particolare modo di essere e apparire che, dal mio punto di vista, allinea identità e immagine.
L'identità esprime chi siamo (le nostre predisposizioni, attitudini, tratti), come facciamo quello che facciamo (le nostre competenze) e perché lo facciamo (i nostri valori e bisogni). È mutevole, in divenire. Come ben spiega Galimberti, l'identità è frutto del riconoscimento — ce la danno gli altri — e per questo è strettamente collegata a ciò che gli altri vedono e interpretano.
L'immagine è il modo in cui, attraverso l'aspetto visivo, ci presentiamo e arriviamo agli altri.
Epitteto diceva: "Conosci te stesso e poi adornati di conseguenza." Io chiamo questo fare "Visual Identity": un concetto che prendo a prestito dal mondo della grafica e che rappresenta tutta quella dotazione visiva che comunica un brand e ne costruisce l'idea nella mente delle persone.
Con la nostra immagine creiamo aspettative, valutiamo e veniamo valutati; e in base a questi giudizi selezioniamo e agiamo.
Come fare sì che la nostra immagine faccia un buon servizio e offra un racconto veritiero e valorizzante di noi? Come fare sì che sia l'alleata dei nostri progetti e delle nostre aspirazioni? E come far sì che metta in evidenza e valorizzi i nostri punti di forza? Queste domande mi hanno ispirata nella messa a punto del metodo Dai Forma e Colore al tuo Stile®.
Nel metodo, attraverso la psicologia dell'abbigliamento, il lavoro è rivolto a mettere a punto il proprio stile usando l'abbigliamento come mezzo di espressione e racconto di sé, come occasione di rinforzo e lavoro sul proprio stile comportamentale e come occasione di valorizzazione delle proprie forme e colori.
Si tratta di usare quelli che chiamo i poteri dell'abito.
L'abito giusto ha il potere di rivelarci: indossare capi in armonia con i nostri colori naturali (pelle, occhi e capelli) e con una vestibilità che esalta le nostre forme ci restituisce un'immagine valorizzata e potenziata. Parliamo a questo proposito di goodlooking — la capacità di esaltare le proprie qualità — oggi considerata una vera e propria soft skill.
Le stampe, i tessuti e i colori dei capi hanno il potere di raccontarci: contengono un linguaggio — il Lessico dell'Abbigliamento. In modo istintivo associamo alle forme e ai colori dei significati che derivano da un codice simbolico; esserne consapevoli ci consente di usarli in maniera intenzionale.
Infine le forme e i colori dei vestiti arrivano fino al nostro cervello e hanno il potere di rinforzarci. Indossando combinazioni di colori e forme — che nel metodo chiamo Stagioni Interne — possiamo lavorare sul nostro stile comportamentale, sostenendolo per i progetti e gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere.
In questo modo l'abbigliamento diventa un alleato che crea un ponte tra identità e immagine, permettendo alle due dimensioni di esprimersi, svilupparsi e sostenersi reciprocamente.
"Siamo fenomeni offerti alla vista", diceva lo psicologo James Hillman. Quello che offriamo è la nostra immagine, e con questa creiamo aspettative sulla nostra identità; tutto questo accade in un battito di ciglia.
Ciascuno di noi inquadra la realtà con i propri filtri, che hanno in comune il fatto di essere soggetti a sfocature — errori cognitivi meglio conosciuti come bias — nei quali inciampiamo nel formulare le nostre opinioni. Di quelle che riguardano l'immagine parlerò in questo articolo.
ALLA BASE DELLE SFOCATURE
Quel che arriva prima influenza quello che arriva dopo. Questo effetto si chiama priming: l'elaborazione di una precedente informazione influenza l'elaborazione delle informazioni successive. Per esempio, se mostro sui social una foto in abbigliamento formale, con colori medio-scuri (blu, grigio, nero), quelle forme e quei colori funzioneranno da "prime" per concetti quali professionalità e serietà.
Categorizziamo. Per dare ordine e senso al mondo che osserviamo, creiamo categorie; queste attivano comportamenti specie-specifici legati all'etichetta — ossia al giudizio/stereotipo — che attribuiamo alla categoria. In fatto di immagine, se vediamo una persona in abbigliamento casual con colori chiari e fantasie curvilinee, tenderemo a classificarla come semplice, socievole e disponibile; se invece è in abbigliamento classico con colori scuri e fantasie angolose, la classificheremo come distaccata e severa.
GLI ELEMENTI CHE PRODUCONO LE DIVERSE SFOCATURE
Maschile-Femminile. Il genere è uno dei principali elementi che ostacola una messa a fuoco nitida. Tendiamo ad associare l'idea di successo e carriera a un uomo molto più che a una donna. Per quanto riguarda l'immagine, uomini e donne sono giudicati diversamente per ciò che indossano — su questo è eloquente la campagna "Don't measure a woman's worth by her clothes" di Terres de Femmes (2015). Tuttavia oggi si aprono nuovi scenari: sui social si è diffuso il movimento #degenderfashion, e le tendenze delle passerelle degli ultimi anni sono orientate a eliminare qualsiasi stereotipo nel vestire. Secondo alcune ricerche, i consumatori della Generation Z (nati tra il 1995 e il 2010) sono quelli che più facilmente acquistano indumenti al di fuori dell'area di genere a loro assegnata.
Luogo d'origine. I simboli vestimentari attivano interpretazioni legate al luogo d'origine. Lo spiega bene Takoua Ben Mohamed, graphic journalist e illustratrice, che combatte i pregiudizi legati alla sua decisione di portare il velo.
Età. Tendiamo, a seconda dell'età, a considerare le persone più o meno esperte. Ad esempio, all'età matura si associa un concetto di esperienza per le professioni di cura, mentre in campo informatico, marketing e digital il rapporto è inversamente proporzionale: più sei giovane, più sei competente. In ogni caso l'abbigliamento formale, un tempo sinonimo tout court di competenza, oggi sta alleggerendo il suo messaggio, complice l'avvento delle start-up prima e del periodo pandemico poi.
Similarità. Abbiamo una tendenza inconscia a favorire chi è più simile a noi. Valutiamo più positivamente chi ha caratteristiche uguali alle nostre o a persone a noi vicine. Percepiremo più vicino chi veste alla moda come noi, compra gli stessi brand, o ha le nostre stesse attenzioni in fatto di sostenibilità. Si crea così un effetto bolla che si auto-rinforza: ci si specchia e si fortifica il legame identitario all'interno del gruppo (ingroup), e si prendono le distanze da ciò che è diverso (outgroup).
Familiarità. Tendiamo a preferire ciò con cui abbiamo maggiore familiarità. Se un incontro di persona è preceduto da una foto e le immagini sono coerenti, è probabile che la prima crei un effetto virtuoso per la seconda.
Effetto alone (o catena). La percezione di una caratteristica genera un'opinione anche su altre caratteristiche: "è curato e ben vestito" genera l'opinione "sarà anche bravo e competente", o al contrario "è dimesso... sarà incompetente".
Questa breve panoramica ci mostra come il nostro cervello si inganni nel guardare e arrivi a conclusioni affrettate. Per questo, sapersi presentare è diventata una vera soft skill.
Chiudo con un pensiero di Virginia Woolf: "Per quanto sembrino cose di secondaria importanza, la missione degli abiti non è soltanto quella di tenerci caldo. Essi cambiano l'aspetto del mondo ai nostri occhi e cambiano noi agli occhi del mondo."
Vasco Rossi cantava "voglio una vita spericolata"; nel trattare l'argomento di questo articolo potrei invece dire "voglio una vita glimmerata", da glimmer. I glimmers — letteralmente bagliori — sono stimoli, sensazioni, esperienze che attivano benessere e senso di sicurezza. Ne sono esempi: fare uno sport che ci piace, prenderci del tempo per leggere, vedere quel film che aspettavamo, dedicarci alla beauty routine, fare colazione in quel posticino carino, indossare quel vestito che ci piace tanto. Si tratta di pillole di benessere che possiamo assumere quotidianamente come dose di gioia e sicurezza.
Il concetto è stato elaborato all'interno della teoria polivagale di Porges, che spiega come interviene il nostro sistema nervoso autonomo di fronte a sfide, minacce, traumi e stress, differenziando il concetto di trigger come innesco dello stress e di glimmer come strumento di benessere.
Il nostro sistema nervoso autonomo, trauma dopo trauma, stress dopo stress, rischia di perdere la sua flessibilità. Il suo funzionamento armonico si inceppa rimanendo bloccato in una sola modalità di risposta — ad esempio una esagerata reattività, o al contrario un ridotto coinvolgimento sociale — perdendo così il senso di sicurezza e benessere. La soluzione è glimmerare la nostra vita, aiutando così il nostro sistema autonomo a ritrovare il suo ritmo armonico.
Come procurarci una vita glimmerata? La risposta sta nell'adagio "chi cerca trova". I momenti felici non ci cascano addosso, o almeno non sempre. Alcune strategie: tenere un diario nel quale annotare ciò che ci fa stare bene; sostare nei momenti di benessere per prenderne consapevolezza e poterli replicare; anticiparli, creandosi piccole ricompense quotidiane; creare un ambiente gradevole, a partire dai colori, dagli odori e dai suoni; usare il proprio guardaroba.
DAL GLIMMER AL GLITTER DEL TUO GUARDAROBA
Ho ideato il guardaroba delle Stagioni Interne proprio per avere ogni giorno la possibilità di creare benessere con i vestiti che indossiamo, attraverso i loro colori, materiali, stampe, tagli e vestibilità.
Se quello che mi fa stare bene è qualcosa di morbido e avvolgente, il guardaroba dell'Autunno mi offrirà un'ampia scelta tra lane e jersey, tagli ampi e scivolati, colori tenui e discreti. Se ho bisogno di luccichii e bagliori, sarà la Primavera a fare al caso mio, con sete, rasi, tulle, tagli femminili e colori vibranti. Se a farmi brillare gli occhi è l'eleganza, il guardaroba Estate, con i suoi tessuti preziosi e il taglio classico. Se il mio benessere dipende da protezione e riservatezza, gli strati, le asimmetrie e i colori profondi dell'Inverno saranno la mia soluzione.
In definitiva, possiamo abbagliarci con l'abbigliamento indossando fantasie, colori e tessuti in modo intenzionale e consapevole, per trovare conforto e sicurezza e muoverci in ogni momento con più agio.
APPROFONDIMENTO: LA TEORIA POLIVAGALE
La teoria polivagale di Porges spiega che in situazioni standard vi è una armoniosa fluttuazione all'interno del sistema nervoso autonomo tra il sistema simpatico (che provoca attivazione) e quello parasimpatico (che provoca quiete). Il sistema parasimpatico si è formato in due periodi diversi: una formazione più primitiva che mantiene l'equilibrio delle funzioni viscerali di base, e una più recente che guida i muscoli del volto, la voce e il respiro. La formazione più recente, di fronte a situazioni di pericolo, emette risposte più "mature" — comunicazione, sorriso, ricerca di scambio. Il circuito più antico invece ha come reazione il collasso. I glimmers hanno una funzione molto importante nell'aiutare il sistema nervoso autonomo a uscire dai blocchi e ritrovare il suo funzionamento armonico.
Mabel è una donna sulla quarantina che viene invitata a una festa dalla signora Dalloway. Opta per un vestito sartoriale che giudica originale, e che si rivelerà causa di tormento durante il party.
"Mabel si era sentita bella provando il vestito che Miss Milan stava confezionando per lei. Quando era arrivato l'invito della signora Dalloway, Mabel aveva pensato che certo lei non avrebbe potuto essere alla moda — moda voleva dire taglio, voleva dire stile, tutte caratteristiche che non le appartenevano — ma perché non essere originale, perché non essere se stessa? Così aveva preso un vecchio libro di moda di sua madre, scegliendo un vestito con gonna lunga, maniche alte e corpetto in seta di un pallido giallo. Quando si era guardata allo specchio del laboratorio con il vestito finito addosso, Mabel fu colta da beatitudine, ammirazione e amore verso di sé."
"Poi, nel salotto di Clarissa Dalloway, tutto svanisce. Quel senso di beatitudine e gioia viene totalmente distrutto, smascherato, annientato e lascia il posto a un rimuginio mentale fatto di angosce, dubbi e mortificazioni: si paragonava a una mosca che cerca di trascinarsi ai bordi di un piattino mentre gli altri sono libellule, farfalle, splendidi insetti danzanti, palpitanti e leggeri."
(Testo riadattato da "L'abito nuovo" in La Signora Dalloway in Bond Street e altri racconti di Virginia Woolf)
Cosa mi sono portata a casa da questo racconto?
La distinzione tra originale, strano e personale. Mabel dice "perché non essere originale, perché non essere se stessa?" Mi è capitato, in alcune occasioni, di confondere l'originalità e la stranezza con il bello e con il personale. Il tempo mi ha insegnato che originale non è tout court bello né personale. Ti consiglio quindi di focalizzarti sulle tue caratteristiche e distintività domandoti: cosa mi caratterizza nell'aspetto e nella dimensione interiore? Cosa fa di me quella che sono? Cosa, se venisse a mancare, non mi renderebbe più me?
Il ruolo della preoccupazione e dei film mentali. Mabel, durante il party, è paralizzata dai suoi pensieri severi. Quello che aiuta in queste situazioni è non credere a tutto quello che pensiamo. Se ti dovesse capitare di restare bloccata in scacco ai tuoi pensieri, prova a metterli in discussione: "Ok, questa è una versione; ci sono altre versioni più utili per me?" I pensieri sono nostri prodotti e come li abbiamo creati possiamo spegnerli e sostituirli.
La giostra emotiva della nostra autostima, ovvero le oscillazioni del nostro valore tra pubblico e privato. Mabel si era accuratamente preparata per la festa e davanti allo specchio della sartoria aveva visto, anche solo per un istante, la sua bellezza, che poi annulla nel salotto della signora Dalloway. Se anche a te capita di salire su questa giostra, il suggerimento è di mettere il silenziatore all'ideale di chi dovresti essere per aumentare il volume di chi sei e delle tue qualità.
L'importanza dell'abito. Oggi sappiamo che gli abiti hanno dei poteri: ci fanno non soltanto apparire, ci fanno sentire (enclothed cognition). Nella scelta di un abito per un'occasione importante, la domanda da porsi è: questo abito mi racconta? Rivela la mia bellezza? Rinforza il mio atteggiamento e il mio senso di agio?
Nella sua TEDxBratislava, Jader Tolja affronta il tema del Body Conscious Design: l'effetto che il design ha sul corpo e la reazione del nostro sistema nervoso.
La sua trattazione parte da un esempio di come le scarpe che indossiamo siano di una forma innaturale per il nostro piede, di come lo modifichino, e di come meno stabilità fisica corrisponda a meno stabilità emotiva. Tutto ciò si inscrive nel filone dell'embodied cognition: in particolare nell'influenza e reciprocità nel rapporto corpo-mente.
Tolja spiega il meccanismo per il quale quando siamo depressi assumiamo una forma a C — ma anche il meccanismo contrario: quando assumiamo fisicamente una forma a C diventiamo più inclini alla depressione. Questo perché il nostro sistema nervoso è progettato per adattare costantemente il mondo interiore al mondo esterno; gli stimoli esterni riorganizzano il nostro corpo, e questa riorganizzazione produce cambiamenti nella nostra mente.
Nella sua esposizione descrive l'influenza delle costruzioni architettoniche — in termini di luce, colori, forme, altezze — sui nostri stati emotivi e di benessere, concludendo con l'ipotesi e la speranza che la sfida futura per i designer possa essere fare progetti non solo esteticamente piacevoli e sostenibili per l'ambiente, ma sostenibili anche neurologicamente.
Nel libro Corpo Moda Mente, Tolja ha sviluppato il tema in relazione al settore moda e di come questa possa essere messa al servizio del nostro corpo in modo che siano gli abiti ad adattarsi a noi e non viceversa.
Gli stilisti hanno la bellissima opportunità — che è allo stesso tempo importante responsabilità — di offrire stimoli e strumenti di benessere prêt-à-porter. Di stagione in stagione, attraverso la scelta dei tessuti e dei modelli, condizionano la produzione del pronto moda. Ciascuno di noi può poi, nella propria quotidianità, scegliere e indossare ogni giorno ingredienti per sostenere la propria personalità, a condizione di avere un po' di consapevolezza di sé e del proprio stile (le Stagioni Interne) e un po' di dimestichezza con il Lessico dell'Abbigliamento.
