La zona di comfort è quel luogo sicuro nel quale sentiamo agio, benessere e fluidità.
Ci sentiamo padroni delle nostre azioni. Inizia a scricchiolare nel momento in cui lo spazio sicuro ci viene a noia.
Non ci offre più stimoli e così l’agio si trasforma in irritazione, la sicurezza in voglia di novità.
L’atteggiamento verso questa dimensione, immaginandolo come un continuum, può essere ai due estremi: fluido o bloccato.
Nel primo caso ci sarà un movimento e poi una sosta per riposarsi, rifocillarsi e riprendere il viaggio.
Nel secondo caso ci sarà uno stallo che diventa attaccamento. Impedisce nuove azioni, diventando così una zona di comfort.
Questa zona è presente anche nel nostro stile. È nelle scelte che quotidianamente compiamo davanti al nostro guardaroba e, prima ancora, durante i nostri acquisti.
La dimensione dello stallo?
Qui mi soffermo sulla dimensione dello stallo.
Esploro le forme che, nella nostra immagine, l’attaccamento può assumere: niente scolli, niente di aderente, niente tacchi, niente colori accesi. Solo pantaloni, solo capi comodi.
Può anche funzionare al contrario. Per qualcun altro la zona di (s)comfort può essere: mai senza scarpe con il tacco, mai senza rossetto, mai senza un capo attillato. Insomma: a ciascuno la sua.
Perché rimaniamo in stallo?
Ma da cosa dipende l’attaccamento nella scelta di ciò che indossiamo, a cui ci affezioniamo e fatichiamo ad abbandonare?
Penso che non possa prescindere dalla nostra stoffa interiore. Le nostre caratteristiche personali e comportamentali, un vestito per volta, veicolano la nostra immagine.
Questa, a sua volta, riflette il nostro stile che, a seconda delle spinte interne, potrà essere più libero o in stallo.
Porta così più o meno in espansione la nostra zona di comfort. La dinamica motoria di questa zona funziona in modo tale per cui i cambiamenti possono portarla a crescere in un’area di sviluppo e apprendimento. Accade specie se il cambiamento introdotto non è percepito come eccessivo. Magari mantiene un codice analogo alle proprie abitudini.
Per esempio: non indosso mai i tacchi ma ho sempre scarpe originali. Per spostarmi un po’ oltre le consolidate abitudini, inizio allora con un tacco medio di foggia originale. Se invece il cambiamento è vissuto come eccessivo, avendo un gap troppo elevato dall’abitudine, ci si sposta in una zona di panico. Essa produrrà frustrazione, disagio e malessere. Nell’esempio di sopra, indossare una décolleté con tacco a spillo sarebbe troppo. Lo sarebbe sia per l’altezza del tacco, sia per lo stile. Insomma: lo spostamento è bene che sia graduale. Deve essere di un’entità percepibile e coerente con la propria cifra stilistica.
Gli stili e la zona di comfort
Per fare un collegamento agli stili comportamentali, e quindi alle stagioni interne, ci sono stili più propensi ad agire sulla propria zona di comfort: estate e primavera. I loro driver sono, nel primo caso, dinamismo, spinta al miglioramento e competitività. Nel secondo caso: curiosità, ecletticità e apertura al cambiamento. Ci sono poi stili che lo sono meno, poiché più bisognosi di stabilità e punti fermi: autunno e inverno.
Ma, in definitiva, è sempre necessario uscire dalla propria zona di comfort? Per me solo se, come un vestito, sta un po’ strettina e non permette libertà di movimento. Dunque: a ciascuno la sua risposta. Per trovarla, lascio qui qualche domanda. C’è qualche convinzione che limita la tua espressione nell’immagine? Cosa puoi iniziare a modificare nel rispetto del tuo stile e della tua voglia di cambiamento? Da dove inizierai?
Se pensi invece che nulla ti stia limitando: rimani lì dove sei e goditi il tuo stile!
