La serendipità come terreno di ricerca
Da tempo rifletto su quali siano gli elementi dell’immagine personale che raccontano maggiormente la verità su chi li indossa e quali, invece, siano più ingannevoli. La mia curiosità sta nel capire se, nelle scelte vestimentarie, esistano indizi che riescono a raccontarci più di altri, proprio perché sfuggono alle logiche del camuffamento.
Alcuni spunti mi sono arrivati in modo serendipitoso ascoltando un podcast dedicato, appunto, alla serendipità. La cosa mi ha colpita perché, nella puntata che stavo ascoltando, viene citata una frase celebre di Pasteur: “Il caso favorisce la mente preparata”.
Senza addentrarmi troppo nel significato della citazione, il punto è che affinché il caso si trasformi in scoperta deve esistere un terreno fertile. Può trattarsi di studio, ipotesi, aspettative, una struttura che consenta di riconoscere ciò che è incongruente e dunque potenzialmente rivelatore. Nel mio caso, mentre ascoltavo un podcast su un tema di mio interesse che apparentemente non aveva nulla a che fare con la questione della verità nell’abbigliamento, ho colto una similitudine inattesa.
Il metodo Morelli applicato allo stile
Mi è balenato alla mente un parallelismo tra un metodo di attribuzione delle opere d’arte e la lettura dell’immagine personale. Il metodo di cui si parlava è quello messo a punto da Giovanni Morelli, medico dell’Ottocento, che applicò il rigore scientifico all’indagine artistica.
Egli sosteneva che lo stile emergesse da dettagli apparentemente trascurabili, marginali rispetto alla composizione complessiva, che sfuggivano sia all’intenzione consapevole dell’artista sia all’attenzione dei falsari. Questi dettagli rientravano principalmente in tre categorie:
- I motivi-sigla, o cifre morelliane, erano particolari anatomici (come la forma delle orecchie o delle dita). Si tratta di elementi che ogni artista tendeva a riprodurre in modo ricorrente e automatizzato.
- Le pose e gli atteggiamenti riguardavano gesti, espressioni e disposizioni del corpo che ritornavano nelle opere.
- Le maniere abituali, infine, erano dettagli ricorrenti inseriti senza consapevolezza, spesso come proiezioni di parti profonde di sé.
Morelli, in sostanza, aveva elaborato un metodo per leggere la verità di un’opera. E mi chiedo quanto questo metodo possa essere applicabile anche alla lettura della verità di un’immagine personale. Quanto possa aiutarci a capire se l’apparenza corrisponde alla sostanza o se, al contrario, la maschera finisca per depistarci. Se applichiamo il metodo all’immagine personale il focus non è tanto la costruzione del personaggio bensì quello che rimane fuori dal controllo. Oltre che di atti intenzionali anche di automatismi, ripetizioni, zone cieche.
Indizi, abitudini e comunicazione non verbale
Ed ecco allora che i motivi sigla, i dettagli minori e ripetitivi potrebbero ad esempio essere il modo in cui una persona indossa certi capi o sceglie certi dettagli (maniche arrotolate sempre nello stesso modo, scolli di un certo tipo, lunghezze preferite, etc.). Si tratta di elementi che non sono di stile ma di abitudine.
Questi dettagli risultano irrilevanti per la persona, quasi non se ne accorge, qui non si mente perché non si ha nemmeno la sensazione di stare dicendo qualcosa. Anche scelte apparentemente neutre, come scarpe sempre molto vissute abbinate a outfit curati, possono funzionare come indizi, non affermazioni intenzionali, ma residui di un modo di stare nel mondo.
Quanto alle pose e agli atteggiamenti non c’è bisogno di trovare analogie, la traduzione è letterale: oltre all’abbigliamento un campo di osservazione utile è quello della comunicazione non verbale, la postura, i gesti, le espressioni del viso. Le maniere abituali sono le ripetizioni inconsce nel tempo. Hanno a che fare con la continuità, la persistenza, quello che resiste e ritorna anche quando c’è un cambiamento nello stile. Il riferimento è a quello che riemerge e sopravvive, quello che non si riesce ad evitare. Ad esempio un colore che ritorna, un capo che fa da copertina di Linus, un elemento che viene descritto come un mai senza.
Limiti e utilità dell’analisi
Fino a qui è un bell’esercizio teorico e potrebbe anche funzionare ma l’opera non è una persona. E il rischio nell’applicare questo metodo all’immagine personale è quello di scambiare degli indizi per un’identità, e di osservare anziché per comprendere per definire, incasellare, etichettare.
Inoltre non è detto che l’involontario sia realmente autentico, alcuni automatismi per noi sono spesso difese, contengono tracce di traumi; inoltre chi osserva porta a sua volta le proprie difese e i propri bias: l’osservazione non è mai un atto neutrale. A questo punto la domanda più interessante non è più si può o non si può usare il metodo, ma a che fine e per chi.
Lascio qui una serie di domande che aiutano a valutare se un’analisi di questo tipo abbia un’utilità ecologica. Vale a dire se produca valore per noi, per l’altro e per il contesto in cui si inserisce. Ed ecco le domande: serve a capire meglio chi ho di fronte? Può essere uno strumento di autoanalisi capace di aumentare la consapevolezza di sé? Può accompagnare, anziché forzare, un processo di cambiamento personale?
Questa riflessione nasce ascoltando il podcast “Serendipity” di Lucy sui mondi, in particolare una puntata dedicata all’ecologia della serendipità e all’idea che il caso favorisca la mente preparata.
